Ospiti per due

Due interventi alberghieri sul lago di Garda propongono il duplice tema della sostituzione edilizia e dell’ampliamento con riforma dell’esistente

Testo: Alberto Vignolo
Foto: Marco Toté
Condividi

L’architettura per l’ospitalità ha negli ultimi anni articolato la propria offerta in maniera vertiginosa, tra residenze turistiche, case e villaggi vacanze, bed and breakfast e affini. In principio, però, era l’albergo: una tipologia ben codificata con le sue regole, classificazioni e articolazioni, che ha segnato per molto tempo l’unica forma di residenza temporanea nel tempo libero o di vacanza. Fatte salve alcune strutture storiche in contesti di pregio, lo stock edilizio alberghiero si è formato in buona parte negli anni Sessanta-Settanta, consegnando ad oggi un patrimonio spesso obsolescente. È così che, accanto alle strutture ricettive costruite ex novo e improntate alla ricerca di una grande dimensione che consenta economie di scala, anche le piccole realtà sono sempre più soggette a interventi di rinnovo, ampliamento o sostituzione, complici la domanda crescente in maniera esponenziale e i non trascurabili incentivi volumetrici (Piano Casa in primis).

A Bardolino, località sulla costa veronese del Garda capofila di un rinnovamento del linguaggio architettonico a cui assistiamo da alcuni anni a questa parte, interventi in questo settore non mancano. Di seguito presentiamo due interventi che hanno posto il progettista, Michele Irlandini, a confronto con il duplice tema della sostituzione edilizia e dell’ampliamento e riforma di un albergo preesistente. In comune ai due casi, va sottolineato un approccio progettuale e costruttivo basato sulla metodologia BIM, con l’obiettivo, imprescindibile per una struttura ricettiva, di tempi di cantiere serrati: compatibilmente con imprevisti&probabilità nel Monopoli di normative, autorizzazioni, corsi e ricorsi e quant’altro.

Siamo all’inizio del lungolago di Bardolino, una posizione da poltronissima in prima fila dove la presenza alberghiera è già nutrita a testimonianza della prima ondata di hôtellerie sul basso Garda (ma ora è uno tsunami). L’edificio preesistente per anni ha assolto con modestia al compito richiestogli dal luogo, all’incrocio con la via Mirabello che che mira perpendicolare alla costa dalla strada principale. La sfida per il progettista è stata duplice: da una parte una costruzione quasi acrobatica in un lotto fortemente vincolato per il sedime ridottissimo, la strada su due lati e alcuni edifici massicci a confine, dall’altra l’obiettivo di elevare il livello qualitativo della struttura ricettiva attraverso il rinnovamento dell’architettura. Se può capitare infatti di imbattersi in edifici che adottano un modernismo di maniera in qualsiasi contesto, in questo caso i volumi stereometrici, l’intonaco bianco, i rivestimenti in listelli di legno e le trasparenze vitree conferiscono a questa architettura un carattere “mediterraneo” che si presta, nel suo piccolo, all’oceano lago. L’esatto contrario di un malaccorto contestualismo di tempi non lontani, fatto di gronde in abete e tetti in coppi: ma, come dicevamo, lo standard a Bardolino è cambiato, anche grazie a una azione mirata da parte degli uffici comunali, e questo esempio rappresenta uno dei frutti più maturi.

È proprio il punto di vista dalla strada il primo approccio all’edificio: se il fronte posteriore è necessariamente sottotono, l’attenzione è catturata dallo sbalzo del volume in aggetto dall’affusto del corpo principale, rivestito in sottili doghe di legno chiaro: un volume bianco e immacolato, con un unico profondo taglio in corrispondenza del corpo scale. Senza bisogno di insegne né artifici posticci, questo elemento funge da eloquente elemento segnaletico; e risvoltando sul fronte principale a lago dipana di contro un fitto ordine gigante, su due piani, di membrature verticali che ordiscono la superficie finestrata delle camere, appena perturbata dagli aggetti delle solette dei balconi. I parapetti in cristallo enfatizzano l’effetto acquario – pesci rigorosamente d’acqua dolce – e forse anche l’esibizionismo degli ospiti, che auspichiamo di bella presenza per essere in sintonia con l’edificio…

In una tripartizione compositiva di stampo classico, il corpo dell’edificio così definito poggia sul basamento destinato agli spazi di accoglienza e servizio, con un parallelepipedo estroflesso completamente vetrato a delimitare il piccolo giardino, ed è sormontato dal piano attico dove l’articolazione interna delle suites si riverbera nell’ampiezza della terrazza: sempre più in alto, sempre più vista lago… Sul lato interno del lotto, alcune perturbazioni – l’ascensore, la scala di sicurezza – determinano una non pedissequa ripetizione dello schema, contribuendo alla definizione di una morfologia conchiusa ed equilibrata. Rimane ancora da completare, in una prossima fase di rifinitura, il parterre antistante l’albergo, dove le dimensioni davvero ridottissime pongono una sfida micrometrica a progettista e committenza.

Anche per quanto riguarda il progetto degli interni, averlo affidato ad un progettista diverso dal responsabile del progetto generale non ha generato alcuna discrasia, e il risultato appare frutto di una comune armonia di intenti. Ci piace attribuire questo merito al timone fermo del committente, orgoglioso padrone di casa che, nell’accogliere gli ospiti, ha arricchito la mobilia del foyer con la biblioteca del padre architetto, Gianni Lonardelli (numero 47 dell’Albo di Verona): un omaggio a colui che iniziò l’attività ricettiva della famiglia costruendo il non lontano Hotel Kriss. Ecco perché le annate storiche di Casabella fianco a fianco con alcuni numeri della prima felice stagione della nostra rivista.

Le scelte per l’architettura degli interni, affidata ad Alice Piubello, sono improntate a un modello lontano dagli stereotipi dell’accoglienza alberghiera: siamo per l’appunto in una Maison e non in un semplice hotel, dunque niente reception ma una semplice scrivania tra librerie free standing, armadiature a parete come contenitori, salottini e angoli relax. La zona delle colazioni è un mix tra il conviviale, l’aziendale e il collettivistico: no, non siamo in un kibbutz, ma la vita da hotel è pur sempre quella di una piccola temporanea comunità, dunque tutti sugli sgabelli vis-à-vis lungo il tavolone in lamiera di ferro a doppia C per assistere alla preparazione della continental breaksfast in forma di show cooking. Aver ridotto al minimo gli spazi di servizio nel backstage contribuisce a massimizzare le dimensioni dello spazio utile, cosa che il gioco di specchi a sua volta contribuisce a dilatare, riuscendoci con generosità.

La ricercata palette di materiali e colori, arredi e corpi illuminanti si ritrova anche nelle camere. L’uso coraggioso del nero – il tavolo delle colazioni e il controsoffitto, i parapetti della scala, i corridoi, i soffitti in legno delle camere, parte dei rivestimenti dei bagni, i sanitari – è l’esatto contraltare del bianco delle superfici architettoniche. Al trionfo del black&white (con ghiaccio, please) si affianca la calda essenza del rovere e l’accensione cromatica dell’ottone spazzolato. Sicuramente una caratterizzazione degli spazi che distingue questo boutique hotel per ricercatezza e gusto, al di là delle classificazioni alberghiere che paiono talvolta tanto desuete come certe moquette lise e tendaggi polverosi degli alberghetti “da incubo”.

Di poco precedente, il progetto di Michele Irlandini per l’Hotel Maximilian si è dovuto confrontare con differenti vincoli e disponibilità di budget, pur con il comune obiettivo di ricalibrare ex novo la disponibilità di spazi e, contestualmente, l’immagine architettonica della struttura ricettiva. Posto in una posizione di grande visibilità a monte della strada Gardesana che collega Cisano con il capoluogo, il sito risente comunque dell’inevitabile tensione “a lago”, verso il quale mira l’allungato volume in ampliamento.

Leggermente disassato dal corpo principale, questo corpo di fabbrica dalla sezione elementare – camere sui lati e corridoio al centro – è in parte sollevato da terra su pilotis, cosa che ne accentua lo slancio, mentre il corpo scale di testa rivestito in lamelle di legno lo riporta alla realtà (terrestre). Concorre ad accentuare la forma allungata il lungo nastro continuo del parapetto vetrato su entrambi i prospetti, come se le camere fossero le cabine di una nave da crociera pronta a salpare.

Ma il nuovo edificio comprendente 28 camere al piano terra e 16 a primo) è ben ancorato a quello preesistente, cui è collegato da uno snodo con ingresso e corpo scale-ascensore, e che è stato però completamente riconfigurato: via il tetto a falde e via gli archetti ribassati del portico, il progettista ha lavorato con materiali e figure del vocabolario progettuale utilizzato per l’ampliamento, con l’obiettivo di dare forma a un insieme unitario sia pur con i condizionamenti dovuti allo stato di fatto (volumi e strutture) del vecchio edifico). Il camouflage è perfettamente riuscito, tanto che i due corpi di fabbrica giustapposti ad L riescono a dar forma ad un parterre chiuso su due lati ma percorribile e attraversabile, mentre sono i tre grandi Pinus Pinea verso la strada a fare da quinta verde.

Rimane una considerazione generale su questo tipo di interventi: per ottenere il massimo dei bonus volumetrici occorre garantire prestazioni energetiche degli involucri elevate (classe A): il che è certamente cosa buona e giusta, salvo che per una struttura alberghiera verosimilmente chiusa nei mesi più freddi è al limite dell’imbarazzante. Passi che ogni singola lampadina a basso consumo contribuisce a ridurre lo spreco di risorse, ma forse il salvifico Piano Casa, nato come deroga temporanea e via via ampliato sia come temporalità che come premialità, ha fatto il suo tempo e il suo spazio. Forse ci vorrebbe un Piano e Basta, anzi “il” Piano (regolatore: ma che parola antica!) per far sì che interventi di modernizzazione edilizia, dell’offerta ricettiva e non ultimo dell’architettura del luogo come i due alberghi qui presentati possano continuare ad offrire occasioni di progetto: quelle che ha saputo brillantemente cogliere Michele Irlandini

LOCALITÀ:
MaisonME boutique hotel


Progetto architettonico e direzione lavori
arch. Michele Irlandini


Collaboratori
arch. Stefano De Rossi, arch. Gianluca Pressi, geom. Elisa Reali


Interior design
arch. Alice Piubello
Rocchi Piubello architettura

Consulenti
D.VA Studio: ing. Andrea Zanardi (strutture), ing. Emanuele Faltracco (BIM modeling), P.I. Roberto Belloni (imp. elettrici), ing. Mattia Tomasoni (imp. meccanici)


Imprese
Irlandini Costruzioni (contractor), Italswiss (serramenti), Diesse Electra (impianti), Svai Service (cartongessi), IdealPark (piattaforma elevatrice), Morelato e Bonfante Contract (elementi di arredo), Forme di Luce (corpi illuminanti), EkoDesign (pavimenti e rivestimenti)


Cronologia
Progetto e realizzazione: 2016-2018

Maximilian hotel


Progetto architettonico e direzione lavori
arch. Michele Irlandini


Collaboratori
arch. Stefano De Rossi, geom. Elisa Reali


Consulenti
D.VA Studio: ing. Andrea Zanardi (strutture), ing. Emanuele Faltracco (BIM modeling), P.I. Roberto Belloni (imp. elettrici), ing. Stefano Lorenzi (imp. meccanici)

Imprese
Irlandini Costruzioni (contractor), Elettrotermica Dall’Ora, ZC Ambientazioni


Cronologia
Progetto e realizzazione: 2015-2016